Gionni Gritti “C’è un welfare da inventare e da costruire in casa nostra”

Riflessioni del presidente Gionni Gritti dopo la tre giorni di Arezzo

La persona resta il punto nodale di ogni azione e prospettiva

Tre giorni ad Arezzo per la 4^ edizione del Festival della persona, la manifestazione nazionale promossa da Confartigianato persone (sigla che riunisce 4 diverse realtà confederali, Anap, Inapa, Ancos e Caaf) nata all’inizio come momento di riflessione per approfondire le tematiche sui bisogni della persona. Col tempo l’appuntamento ha assunto valenza e interesse crescente per l’intero sistema associativo.

Il Presidente di Confartigianato Sondrio Gionni Gritti ha ricavato spunti per una riflessione che dovrà essere declinata in chiave territoriale, caratterizzandosi per la peculiarità valtellinese.

Che clima si è respirato in questa assise di confronto e di approfondimento?

Ho colto due spinte di segno opposto: da una parte l’inevitabile preoccupazione per il quadro generale a tutti noto e per la crisi del sistema welfare pubblico, quello al quale siamo abituati e nel quale siamo cresciuti e, di contro, quella luce in fondo al tunnel che sa di spiraglio e di sguardo sul futuro.

Direi che in questo momento è superfluo se non ozioso, parlare di pessimismo o di ottimismo. Il sano realismo suggerisce una cautela anche nel linguaggio.

Ha trovato una consonanza tra le questioni generali e quelle che lei nella sua associazione costata ogni giorno a Sondrio?

Le problematiche emerse ad Arezzo abitano anche da noi sia pure con le loro specifiche connotazioni. Per capirci non è che ad Arezzo si risolvono le questioni di Sondrio, né viceversa ma ho potuto rilevare come sul piano delle analisi ci sia una condivisione di vedute.

Gionni Gritti

Quali argomenti o punti salienti ritiene di dover sottolineare ?

La risposta è semplice, la storia dei piccoli imprenditori artigiani dimostra che fin dall’inizio l’impegno è stato quello di promuovere certi valori:

la persona, protagonista del pensare, del progettare, del fare;

il lavoro, come strumento e dimensione di superamento dei bisogni, ma anche come straordinario luogo di creatività;

la famiglia, quale legame impresa-vita;

il rischio di impresa, come sfida responsabile contro soluzioni di comando.

Facciamo un passo indietro presidente: è possibile trasformare la crisi del modello di Welfare State in un’opportunità?

Certamente sarà questa la sfida dei prossimi anni. Quella di saper costruire un welfare cioè un sistema capace di dare una risposta ai bisogni della persona a prescindere dal lavoro che svolgono. Servirà un approccio comunitario e sussidiario. Dobbiamo renderci conto che il settore pubblico non è più in grado di garantire un’“assistenza” ai nuovi soggetti e a dare risposte esaustive ai bisogni vecchi e nuovi.

Ci fa un esempio presidente ?

Parliamo del fenomeno delle badanti che oggi è garantito da un sistema non governato dal pubblico e perciò siamo affidati a criteri privatistici con tutto quello che comporta anche in presenza di una legislazione recentissima e ancora approssimativa. Teniamo conto del lodevole contributo che alcune organizzazioni di volontariato offrono in questo campo. Ma l’obiettivo non può non essere quello di valorizzare sia queste organizzazioni sia le badanti come persone.

Ha richiamato la metafora della luce in fondo al tunnel, dove qualcuno teme di trovarci un treno. E allora il Welfare che verrà come dovrà essere costruito?

I tempi stringono e non si può stare fermi a guardare. Le comunità sono il nostro quadro sociale di riferimento e i territori sono le aree della nostra azione che dovrà essere concreta e capillare. L’associazione, i singoli imprenditori, i soggetti che avario titolo interagiscono con la società dovranno muoversi in sintonia nella convinzione che siamo tutte persone (ecco che torna prepotente il tema di Arezzo), con o senza la partita iva.

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